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Repubblica Affari Finanza - Chi resiste e chi perde nel mondo dei "piccoli" tour operator italiani
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Poche aggregazioni e dimensioni ridotte: è questo l'identikit del sistema e delle aziende che si occupano di viaggi e turismo nel nostro paese.

"Essere grandi non è sinonimo di successo", spiegano gli esperti. Il fatturato dei colossi esteri era ben più alto nel 2007 ma la differenza in termini di risultati finanziari non era così evidente. Poi c'è stata una brusca frenata.

Poche aggregazioni. E piccole dimensioni. I tour operator italiani non brillano certo per dimensioni e il fervore di acquisizioni, crescite per linee esterne e fusioni che in genere è tipica di mercati con molti operatori non è certo lo scenario che si è presentato agli occhi di chi ha osservato il comparto negli ultimi tre anni. Eppure la crisi economica e le continue emergenze legate a fattori climatici e sociali avrebbero fatto pensare a tutt'altro. «Le dimensioni dei tour operator non sono sinonimi di successo. Anzi spesso accade che i grandi operatori realizzino margini in linea o a volte peggiori di quelli di piccoli concorrenti, concentrati su settori specifici e ben strutturati», spiega Roberto Corbella, presidente di Astoi, l'associazione che raggruppa i tour operator italiani. Il raffronto con l'Europa è significativo. In termini dimensionali, il fatturato aggregato dei primi quattro operatori, Tui, Thomas Cook, Kuoni e ClubMed, nel 2008 ha superato 34 miliardi di euro rispetto a un dato aggregato dei primi 44 tour operator italiani di 5,9 miliardi di euro. E tra questi, da sola la tedesca Tui rappresenta oltre il 54% del fatturato. «La differenza dimensionale è notevole, ma in termini di risultati finanziari non è molta. L'ultima riga del conto economico del settore europeo è in linea con quella italiana», sostiene Corbella.

E in effetti nel 2007, anno in cui i due dati sono confrontabili, su un fatturato netto europeo di 36 miliardi, i tour operator esteri hanno registrato utili per 476 milioni, mentre quelli italiani hanno portato a casa 50,3 milioni su 3,9 miliardi, rispettivamente l'1,3 e l'1,28 per cento di quanto hanno effettivamente incassato. Non deve quindi stupire che la concentrazione del settore proceda a rilento. Nel corso del triennio 2006/2008 in Europa si è assistito a due sole operazioni significative, l'acquisto di My Travel da parte di Thomas Cook (2006) e della First Choice da parte della Tui (2007). In Italia, invece, l'ultima aggregazione è stata la fusione tra Nar e Aviomar, mentre altri come Viaggi del Ventaglio e Alpitour, dopo essersi posti come aggregatori di più marchi, hanno soprattutto cercato di raggiungere una integrazione verticale, ovvero arrivare ad avere sotto lo stesso cappello una compagnia aerea, gli alberghi, il tour operator e la rete di agenzie. I Viaggi del Ventaglio sono naufragati nel tentativo di raggiungere questo obiettivo, mentre Alpitour rappresenta al momento una storia di successo.

Oltre ad aver riunito più marchi, come Francorosso e Bravo, il gruppo possiede ora una compagnia aerea, la Neos e una rete di agenzie, la Welcome, che commercializza anche prodotti di altri tour operator . E sono proprio i Viaggi del Ventaglio e Alpitour ad occupare il podio del settore con fatturati superiori ai 300 milioni di euro, seguiti da 14 operatori con un fatturato netto compreso tra i 50 e i 300 milioni. I nomi più conosciuti sono I Grandi Viaggi, Aviomar, Eden, Eurotravel, Valtur, Veratour, i Viaggi del Turchese. Poi le cose sono precipitate. I conti 2009 dei Viaggi del Ventaglio sono finiti in rosso per 116 milioni di euro e il patrimonio netto negativo di oltre 50 milioni di euro. L'ultimo bilancio in bonis dei Viaggi del Ventaglio, firmato dal fondatore Bruno Colombo, è stato il peggiore della sua storia. Che le cose non stessero andando bene lo si era capito qualche anno prima, tanto che i rilevamenti sul settore dei tour operator , effettuati da Ernst&Young sul triennio 2006-2008 sono stati condizionati proprio dall'andamento negativo del gruppo della famiglia Colombo. Nel 2008 il Ventaglio ha perso oltre 200 milioni di euro di fatturato, mentre Alpitour ha confermato sostanzialmente i volumi realizzati nel 2007. «Il decremento è in parte attribuibile alla contrazione dei volumi, circa 17 milioni di euro, e per la restante alla cessione di alcuni rami d'azienda, come la compagnia aerea Livingstone, gli asset di Best Tour e la gestione dell'attività alberghiera», spiega Stefania Boschetti di Ernst&Young. Una sorta di inversione di tendenza, quindi, rispetto alla concentrazione avviata qualche anno prima.

Ne ha risentito l'intero settore che nel 2008 ha incamerato un fatturato netto di 3,7 miliardi, in calo rispetto ai 3,9 dell'anno precedente e un risultato netto negativo per 5,5 milioni di euro. Nel triennio anche l'andamento economico dei tour operator di medie dimensioni (tra i 50 e i 300 milioni di ricavi) non è stato brillante, con una riduzione netta aggregata di oltre 40 milioni. Ben 70 milioni sono stati persi da 5 operatori (Hotelplan, Eurotravel, Cts, Aviomar e Viloratour) al netto di una crescita significativa di quasi 30 milioni di tre operatori (I Viaggi del Turchese, Swan Tour e Sprintours). Gli altri hanno avuto risultati in linea con la stagione 2007, mentre ha sorpreso il settore degli operatori con meno di 50 milioni di fatturato, cresciuto da 347 a 355 milioni, soprattutto grazie al balzo dimensionale di Brevivet (+14 milioni). Del resto in questi tre anni, oltre alla crisi economica non sono mancati i soliti eventi straordinari a condizionare l'andamento di tutto il settore dei viaggi.

La nube vulcanica islandese, solo per citarne una, ha messo sotto pressione i tour operator tanto da chiedere alle agenzie di viaggio di accorciare i tempi di pagamento degli anticipi sulle prenotazioni dei pacchetti, causando gravi disagi di liquidità alle agenzie stesse. «Il fatto che oggi con una situazione del mercato più turbolenta per la crisi, la nube vulcanica e altri eventi come l'influenza suina e i disordini in Thailandia, per esempio ci sia una maggiore attenzione ai tempi dei pagamenti è normale», spiega il presidente di Astoi. Per salvaguardare la competitività degli operatori turistici italiani colpiti dalla crisi legata al vulcano islandese sono state chieste misure di emergenza al governo da parte di Federturismo e Confindustria. Servono fondi per compensare i costi che gli operatori hanno dovuto sostenere e stanno sostenendo, in seguito al blocco dei voli per l'assistenza e il rientro dei turisti e per l'inserimento di personale aggiuntivo.

Ad oggi, lamentano gli operatori, diversamente da quanto avvenuto in altri paesi europei come Gran Bretagna, Germania, Francia e Spagna, non c'è stato alcun intervento. Servirebbe, secondo Federturismo, l'istituzione "con urgenza" di un fondo che, in futuro, garantisca un intervento sia a tutela dei viaggiatori sia degli operatori nei casi di emergenza. Una sorta di paracadute per un settore che da qualche anno sistematicamente si trova ad affrontare situazioni di emergenza. -- Di Walter Galbiati

 

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