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Rassegna stampa Astoi
Repubblica Affari Finanza - Chi resiste e chi perde nel mondo dei 'piccoli' tour operator italiani

Repubblica Affari Finanza - Chi resiste e chi perde nel mondo dei 'piccoli' tour operator italiani

01 Giugno 2010
Poche aggregazioni e dimensioni ridotte: è questo l'identikit del sistema e delle aziende che si occupano di viaggi e turismo nel nostro paese.

"Essere grandi non è sinonimo di successo", spiegano gli esperti. Il fatturato dei colossi esteri era ben più alto nel 2007 ma la differenza in termini di risultati finanziari non era così evidente. Poi c'è stata una brusca frenata.

Poche aggregazioni. E piccole dimensioni. I tour operator italiani non brillano certo per dimensioni e il fervore di acquisizioni, crescite per linee esterne e fusioni che in genere è tipica di mercati con molti operatori non è certo lo scenario che si è presentato agli occhi di chi ha osservato il comparto negli ultimi tre anni. Eppure la crisi economica e le continue emergenze legate a fattori climatici e sociali avrebbero fatto pensare a tutt'altro. «Le dimensioni dei tour operator non sono sinonimi di successo. Anzi spesso accade che i grandi operatori realizzino margini in linea o a volte peggiori di quelli di piccoli concorrenti, concentrati su settori specifici e ben strutturati», spiega Roberto Corbella, presidente di Astoi, l'associazione che raggruppa i tour operator italiani. Il raffronto con l'Europa è significativo. In termini dimensionali, il fatturato aggregato dei primi quattro operatori, Tui, Thomas Cook, Kuoni e ClubMed, nel 2008 ha superato 34 miliardi di euro rispetto a un dato aggregato dei primi 44 tour operator italiani di 5,9 miliardi di euro. E tra questi, da sola la tedesca Tui rappresenta oltre il 54% del fatturato. «La differenza dimensionale è notevole, ma in termini di risultati finanziari non è molta. L'ultima riga del conto economico del settore europeo è in linea con quella italiana», sostiene Corbella.

E in effetti nel 2007, anno in cui i due dati sono confrontabili, su un fatturato netto europeo di 36 miliardi, i tour operator esteri hanno registrato utili per 476 milioni, mentre quelli italiani hanno portato a casa 50,3 milioni su 3,9 miliardi, rispettivamente l'1,3 e l'1,28 per cento di quanto hanno effettivamente incassato. Non deve quindi stupire che la concentrazione del settore proceda a rilento. Nel corso del triennio 2006/2008 in Europa si è assistito a due sole operazioni significative, l'acquisto di My Travel da parte di Thomas Cook (2006) e della First Choice da parte della Tui (2007). In Italia, invece, l'ultima aggregazione è stata la fusione tra Nar e Aviomar, mentre altri come Viaggi del Ventaglio e Alpitour, dopo essersi posti come aggregatori di più marchi, hanno soprattutto cercato di raggiungere una integrazione verticale, ovvero arrivare ad avere sotto lo stesso cappello una compagnia aerea, gli alberghi, il tour operator e la rete di agenzie. I Viaggi del Ventaglio sono naufragati nel tentativo di raggiungere questo obiettivo, mentre Alpitour rappresenta al momento una storia di successo.

Oltre ad aver riunito più marchi, come Francorosso e Bravo, il gruppo possiede ora una compagnia aerea, la Neos e una rete di agenzie, la Welcome, che commercializza anche prodotti di altri tour operator . E sono proprio i Viaggi del Ventaglio e Alpitour ad occupare il podio del settore con fatturati superiori ai 300 milioni di euro, seguiti da 14 operatori con un fatturato netto compreso tra i 50 e i 300 milioni. I nomi più conosciuti sono I Grandi Viaggi, Aviomar, Eden, Eurotravel, Valtur, Veratour, i Viaggi del Turchese. Poi le cose sono precipitate. I conti 2009 dei Viaggi del Ventaglio sono finiti in rosso per 116 milioni di euro e il patrimonio netto negativo di oltre 50 milioni di euro. L'ultimo bilancio in bonis dei Viaggi del Ventaglio, firmato dal fondatore Bruno Colombo, è stato il peggiore della sua storia. Che le cose non stessero andando bene lo si era capito qualche anno prima, tanto che i rilevamenti sul settore dei tour operator , effettuati da Ernst&Young sul triennio 2006-2008 sono stati condizionati proprio dall'andamento neg